Articolo gia' pubblicato sul n. 87 di Vulcano

Cosa intendiamo dire solitamente quando utilizziamo il termine Salute? In effetti, siamo ancora molto legati all’accezione che il modello biomedico classico (per intenderci quello dove psiche e soma, mente e corpo, sono rigorosamente separati)  gli ha da sempre dato: mera assenza di malattia. Tanto è vero che se ci dovessimo sentir rivolgere la domanda "sei in salute?" buona parte di noi risponderebbe in maniera affermativa o negativa in base alla presenza o meno di una patologia oggettiva e diagnosticata. Eppure, già nell’ormai lontano 1986,  l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel delineare le strategie relative alla salute diceva: "Per promozione della salute si si intende il processo che consente alla gente di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute e di migliorarla. Per conseguire un completo stato di benessere fisico, mentale e sociale, l’individuo o il gruppo deve poter individuare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i propri bisogni e modificare l’ambiente o adattarvisi. La salute è, pertanto, vista come una risorsa per la vita quotidiana, non come obiettivo di vita. La salute è dunque un concetto positivo che insiste sulle risorse sociali e personali oltre ché sulle capacità fisiche, di conseguenza la promozione della salute non è responsabilità esclusiva del settore sanitario, ma supera anche la mera proposta di modelli di vita più sani per aspirare al benessere." E’ questo un cambiamento epocale nell’intendere la salute che da semplice assenza di malattia diventa sinonimo di sviluppo delle risorse individuali o come diceva Carl Rogers, uno dei fondatori del movimento di psicologia umanistica e tra i più influenti psicologi del ventesimo secolo, sviluppo del potere personale. Rogers dava al concetto di salute l’accezione che oggi anche l’OMS si impegna a diffondere, salute intesa come un massimo livello di benessere raggiungibile dagli individui, dai gruppi e dalle comunità non più, o non solo, attraverso le cure ma attraverso lo sviluppo del potere personale e delle risorse individuali, indipendentemente dalla presenza o meno di patologie. Salute intesa come la risultante di una molteplicità di fattori biologici, psicologici e sociali. E’ questa una visione più olistica della salute dove oltre all’importanza che viene data alla condizione fisica e a quella mentale si dà altrettanta importanza al contesto delle relazioni umane. Diventa fondamentale la qualità delle relazioni che l’individuo ha nei confronti di se stesso e del mondo che lo circonda. La qualità delle nostre relazioni e la realtà sociale influenzano il nostro cervello, la fisiologia e viceversa. Questo nuovo modello di salute viene definito appunto bio-psico-sociale. A questo modello si stanno avvicinando le varie professioni che lavorano nell’ambito delle relazioni d’aiuto e dell’educazione. Anche la scienza medica inizia ad assumere questo nuovo modello come riferimento, almeno a livello teorico.  In pratica ciò che ancora si nota è la grossa difficoltà da parte di chi è stato formato dalla vecchia scuola ispirata al modello biomedico a staccarsi dall’approccio prescrittivo del fornire dall’alto soluzioni e modelli di vita piuttosto che favorire lo sviluppo delle risorse individuali affinché sia l’individuo stesso a tutelare e promuovere il proprio benessere attraverso quel processo che Rogers chiamava di autodeterminazione. E’ vero e normale che un cambiamento di queste proporzioni nel modo di  intendere e ricercare la salute richieda tempo affinché possa essere accettato e messo in pratica, ma è altrettanto vero che di tempo ne è passato da quando Rogers già alla fine degli anni trenta iniziava a postulare le sue teorie oggi ribadite dall’OMS. Non è certo facile cambiare mentalità e approccio in una società eccessivamente medicalizzata come quella occidentale. Voglio chiarire, è una grande conquista il fatto che la scienza medica e la biologia si siano evolute al punto da migliorare la qualità e la durata della nostra vita ma è altrettanto vero che sempre più spesso si stanno giudicando più adatti a decidere i bisogni delle persone ancor più di quanto non lo siano i soggetti stessi. Questo ha portato a una medicalizzazione della condizione umana dove qualsiasi sofferenza viene ricondotta necessariamente ad una patologia da curare possibilmente con un farmaco o comunque con una terapia. Come diceva già Platone la ferita e la conseguente vulnerabilità non sono altro che la condizione normale dell’uomo. Siamo vulnerabili per il solo fatto che siamo esposti al mondo e la vulnerabilità è la nostra condizione. Non necessariamente c’è bisogno di una cura o di una terapia. Negli Stati Uniti è sufficiente che un bambino sia un po’ vivace che subito gli viene fatta una diagnosi con una relativa etichetta: "disturbo da deficit di attenzione con iperattività". Questo bambino dovrà quindi essere curato, magari farmacologicamente. Magari aveva semplicemente bisogno di maggiore attenzione da parte di genitori assenti perché troppo impegnati nel riuscire a soddisfare la necessità economica. Da una ricerca fatta da Frank Furedi, sociologo ungherese, risulta che la parola sindrome, negli anni settanta a Canterbury, non compariva ne sui giornali ne nelle aule dei tribunali. Nel 1985 faceva la comparsa in novanta articoli, nel 1993 in mille e nel 2003 in ottomila articoli di riviste e periodici. Oggi per indicare una persona timida vengono utilizzati termini come "sindrome da ansia sociale". Il termine "fobia sociale" viene utilizzato per indicare una persona molto riservata. Sempre Furedi scrive: "è allarmante che tanti cerchino sollievo e conforto in una diagnosi". E come lui stesso dice, l’imperativo terapeutico che si sta diffondendo promuove non tanto l’autorealizzazione, di cui parlava Rogers, ma l’autoeliminazione. Infatti, postulando un sé fragile e debole, implica che per la gestione dell’esistenza sia necessario il continuo ricorso alle conoscenze terapeutiche. La patologizzazione di esperienze umane, fino a ieri ritenute normali, risponde all’esigenza di omologare gli individui non solo nel loro modo di pensare, ma soprattutto nel loro modo di sentire.

E’ chiaro che in una società che pensa e agisce in questo modo non è semplice promuovere l’autodeterminazione dell’individuo, tuttavia qualcosa sta iniziando a cambiare e nei vari ambiti della medicina, delle relazioni d’aiuto, dell’educazione e della formazione in tanti iniziano a cambiare mentalità.